Postato da: Kaos76 -
martedì, 17 novembre 2009 - 21:35
Ne è passato di tempo, col tempo si impara a prendersi per tempo e a non perdere tempo. Mi chiedo come le condizioni atmosferiche possano effettivamente incidere sulla nostra salute e non dico, non solo, a livello di raffreddori o malanni o quel fastidioso mal di gola quando sembra di avere la famosa cartavetrata che sfrega la faringe e la laringe fino alla trachea; quello per cui una volta ti dicevano e ancora adesso ti dicono, tramandando come la tradizione orale aedica, che non c'è nulla di meglio di un po di latte caldo e di grappa prima di coricarsi e di tirarsi le coperte più su possibile. Come le variazioni meteorologiche accentuino quei dolori che sembrano memorie imperiture con cui il corpo, o forse meglio, l'organismo, ti ricorda di quel colpo di frusta, di quella ernia discale, di quella lombosciatalgia che ti dice "lo vedi, il tempo sta cambiando". Mentre la luce, attraverso i suoi fotoni, contribuisce agli scambi neurochimici tra le cellule cerebrali e si dice che si, sono depresso, ma in fondo con questo tempo mica si può essere allegri.
Manca il tepore, quello della stretta di mano quando si fa un patto e si promette che mai più si finirà nella posizione di mettere in pericolo la relazione che come tale ha delle regole che possono essere negoziate ma non arbitrariamente. Le mani si stringono e non ci si chiede altro, sembra il gesto più normale e solidale del mondo, quel contatto che non si nega a nessuno che non sia nemico, non importa il sesso dei componenti della coppia intenti a muovere il braccio in avanti, con leggera flessione del busto, sempre in avanti, ed apertura dell'effettore distale, detto mano, che si distinde per accogliere quella altrui e poi si stringono, reciprocamente, meglio se con forza. Gli spazi peripersonali di ognuno si toccano, si sovrappongono e, per un istante, si fondono, giusto il tempo di stringere la mano dell'altro e di farsi stringere la propia, con lieve movimento oscillatorio verticale.
L'homunculus sensitivo non esiste veramente, è solo una schematizzazione dell'estensione a livello corticale delle aree innervate dai recettori sensoriali situati nelle differenti parti del corpo. Nelle labbra ci sono molti recettori, che ricevono e registrano le stimolazioni esogene e riferiscono, come perfette spie, alla centrale, attraverso impulsi che si muovono alla velocità della luce, cambiando un paio di stazioni nel tragitto. La bocca sulla fronte permette di sentire i 37° di media emanati da chi abbiamo davanti, ricordo che papà lo faceva per sentire se avevo la febbre quando ero piccolo, mi è rimasto il piacere di baciare in fronte le persone cui voglio bene e di sentire il loro calore e poi guardare per un secondo gli occhi e cercare quella breve scintilla che fa intuire che il bacio è stato gradito, che l'affetto è condiviso. E si che mi era stato detto che tutto questo affetto non aveva bisogno di certificazioni, che era un voler bene reciproco, condiviso ma il rumore di fondo era evidentemente così insistente e così noioso che bisognava cercare qualcosa che potesse emergere e mettere alla prova e creare distanza e vediamo chi è che mi corre dietro e vediamo chi è che viene a prendermi e vediamo se gli manco, almeno un po?
Il mio cuore, a più riprese spezzato, è disseminato in luoghi differenti e piano piano cerco di riprenderli e cerco un luogo sicuro dove poter ricostruire nuove gestalt, dove rimettere assieme, se possibile, se i lati combaciano, i singoli frammenti e vedere se ne esce fuori qualcosa di diverso. Spesso la mattina un treno fa capolino alla mia sinistra e supera le auto che corrono in fila, della quale faccio parte anche io, lungo la strada che affianca le rotaie e lo guardo e lo seguo con lo sguardo mentre le tante carrozze scorrono e penso che per un anno la posizione era invertita ed io stavo seduto dentro quel treno e guardavo le auto che a mano a mano venivano superate e sparivano dal mio campo visivo; poi il treno sfugge a sua volta dal mio campo visivo nella sua corsa imbrigliata che lo porta sempre un po più lontano dalla strada e torno a guardare avanti.
Postato da: Kaos76 -
lunedì, 12 ottobre 2009 - 21:21
Quello che non sapeva nulla prima o poi si sarebbe messo nei guai. La legge, lo stato, dio e tutte le altre stronzate metafisiche, meteteoriche, metacomunicative e metameriche non ammettevano ignoranza.
Quello che non sapeva nulla vedeva di continuo il mondo modificare parametri di configuazione e trasformare in un continuum congiante le forme tangibli attraverso le quali si manifestava agli occhi. Quello che non sapeva nulla vedeva di continuo bolle di sapone che prendevano forma dal soffio di un bambino dentro un bastoncino che terminava distalmente in un piccolo cerchio e che veniva immerso dentro un piccolo contenitore cilindrico prima di soffiarci, probabilmente pieno di acqua e sapone. Vedeva queste bolle ingrandirsi, prendere forma, caricare su di esse aspettative e significati e sogni e speranze e le vedeva prendere il largo e le vedeva allontanarsi e salire e prendere posto nell'aria per poi esplodere e dissolversi senza lasciare traccia alcuna, come se non fossero mai esistite.
Quello che non sapeva nulla prima o poi si sarebbe messo nei guai perchè le cose che non sapeva per lui non esistevano e se non esistevano non poteva usarle in maniera giusta e non poteva, di contro, difendersene o evitarle. Quello che non sapeva nulla non aveva una valigia abbastanza pesante e corredata, non servivano spaghi per tenere i cartoni che non erano gonfi perchè non dovevano trattenere e custodire troppe esperienze.
Quello che non sapeva nulla non sapeva di chi fidarsi e di chi no, non sapeva che cosa era permesso dire e fino a che punto, non sapeva che cosa bisognava dire o fare in determinate occasioni, non sapeva chi doveva baciare e chi no, non sapeva di chi si poteva innamorare, non sapeva neppure che se avesse accarezzato, baciato o amato qualcuno di simile a lui avrebbe rischiato di vedersi circondare da un gruppo di individui molto simili tra loro che lo avrebbero insultato e poi aggredito e forse poi anche ucciso. Eppure anche loro stavano assieme e sembravano molto simili, ma forse loro sapevano cosa era giusto fare, sapevano che certe cose si fanno di nascosto e nel chiuso misto buio delle proprie abitazioni con le tende tirate e le persiane abbassate e che fuori bisognava fare il contrario.
Quello che non sapeva nulla non sapeva da chi fosse stato creato per davvero e chi dovesse veramente ringraziare o maledire per questo e non sapeva che bisognava credere che l'artefice di tutto fosse stato uno spirito eterno per non essere considerati dei pazzi o dei dannati o dei peccatori o dei peggiori.
Quello che non sapeva nulla non sapeva dire si e non sapeva dire no, sapeva solo dire non so anche se quello che lui non sapeva per lui non esisteva, spiriti eterni compresi.
Quello che non sapeva nulla non poteva fare a meno di stupirsi e di rammaricarsi e di piangere e di strinegersi su se stesso in un triste abbraccio quando le cose andavano in maniera diversa da quella che avrebbe voluto o creduto perchè non aveva saputo farle andare come voleva. Le sue frasi di repertorio erano non lo sapevo, non credevo, non immaginavano, non me lo aspettavo, non volevo.
Quello che non sapeva nulla non sapeva neppure dimenticare e immagazzinava tutto quello che accadeva, tutto quello che stimolava i neuroni e le connessioni tra loro dando impulsi elettrochimici ad un organo che non sapeva di avere e che non sapeva che era in grado di comadare ogni cosa, dai pensieri della mente al movimento del dito piccolo del piede.
Quello che non sapeva nulla in realtà sapeva troppo e quel troppo era la sua gabbia, perchè sapeva accumulare, ma non sapeva togliere.
Postato da: Kaos76 -
mercoledì, 07 ottobre 2009 - 20:10
Piangeva spesso. Lo faceva quasi sempre in silenzio, lo faceva quasi sempre quando non era visto, quando credeva di non essere udito e pensava che tanto poi ci si asciuga le lacrime e della tristezza non rimane nessun segnale. Buffo, il segnale. Le lacrime prodotte dal dotto lacrimale che scendono sul viso e idratano la palle e lo sforzo e il movimento concertato che coinvolge una ventina di muscoli facciali producono conseguente vasodilatazione e capita ti si dica "ti vedo bene" quando hai appena smesso di piangere perchè la pelle è idratata e colorata di un rosa vivo.
Resterai schiavo della parte, a parte in disparte sentendoti solo, abbandonato da tutti ma del resto essere particolari comporta oneri e onori, ma onori fa rima con dolori? Ogni volta che agirà la parte del paziente sarà costretto da un copione perverso ad assumere un ruolo da inetto, insopportabile, rompiscatole e tutto finirà e verrà irrimediabilmente chiuso in una scatola dal colore opaco e tendente al scuro riposta in un angolo di una soffitta con sopra altre scatole più o meno dello stesso tipo su cui ormai da tempo si sono posate polveri sedimentate nel tempo e ragnatele di complemento, che le mosche che ci si infilano non sono mai troppe. Qualcuno glielo aveva detto o se lo stava dicendo da solo ma forse non importa. Importa? Portava con sè un paio di panini che spesso sua madre preparava, prima di rompersi il tendine, prima di dover essere operata di ernia inguinale, urgentemente, prima che suo zio morisse di cancro metastatico ma non prima di essere sceso dagli 85 kg di salute fatta di muscoli fatti di lavoro duro ai 40kg del corpo consumato di chi vive per un anno e mezzo dopo che i medici gli danno al massimo un mese, un mese che non è mai stato, celato dalla moglie che non vuole che il marito sappia, perchè se lo sa muore.
Portava i panini ma era ridimagrito dopo che i lavori di casa e gli esercizi coi manubri di 5 kg avevano modellato e rassodato e trofizzato i bicipiti e un po i tripiciti e anche le spalle e un po i dorsoli e lo avevano fatto assomiliare un po di più ad un uomo. Piangeva e giaceva raggomilato dopo che per un giorno intero avevo sorriso, accolto, aiutato e simulato professionalità ad uso e consumo di utenti che non sapevano nulla della sua storia, nulla della sua sofferenza, nulla della doppia faccia, ma loro, quella faccia, come chi guarda la Luna stando sulla Terra, non l'avrebbero mai vista.
Si diceva chiedere non significa pretendere, bisogna imparare a chiedere per smettere di pretendere, chiede aiuto a sè chiede aiuto, chiede aiuto a dio, a dio? Quel coso giammai. Mai dire mai, lui era il suo dio quello che se gli vuoi troppo bene poi lo soffochi che se poi diventi geloso ti viene da pensare che non dovrebbe avere con nessun altro i modi che riserva a te e regredisci al narcisismo e poi sei embrione e poi non nasci e se nasci non hai radici e ti illudi di averlo fatto e allora è meglio continuare a sperimentare la paura e l'ansia e anche lui un giorno ti abbandonerà e tu sarai sodisfatto, sfatto e tristemente uomo senza dio e senza radici, pendente dal ricordo di quella volta in cui avresti potuto ma hai scelto di no.
Dicevano "si vede che sei sistemico, connoti positivamente e trovi nuovi significati per tutti, la gente ti vuole bene" salendo e scendendo scale di colore rossastro che richiamano da vicino il colore degli intonaci e dei muri esterni che non a caso quella strana costruzione si chiama persino "Villa Rossa" e tutti nei dintroni lo sanno e lo dicono che non è prorpio l'ospedale ma quasi e che c'è qualche dottore ma di tipo particolare. Incidente dopo incidente il muso dell'auto non poteva resistere per più di qualche mese ad assumere una smorfia di dolore che era uguale a quella che lui assumeva e pensava che gli mancava tanto ma che non poteva aiutarlo perchè lui così aveva detto
AND SOMETHING ELSE
Postato da: Kaos76 -
martedì, 15 settembre 2009 - 20:39
Che ridere, un pop up cognitivo ha fatto emergere tra il magma sempre più indifferenziato dei contenuti dei miei magazzini di memoria a lungo termine un fatto, che speravo di aver rimosso: oggi festeggio ben 6 anni di carriera, una magnifica carriera, quella che io e chi per anni si è occupato di me sognavamo sicuramente; in poche parole oggi festeggio 6 anni di lavoro non retribuito (con la sola eccezione del 2008 in cui stavo in un immenso e rinomato centro riabilitativo, ma nella doppia veste di psicologo assegnatario di borsa e tirocinante di specialità...insomma, retribuito per un aspetto, non retribuito, necessariamente, per l'altro).
Correva il 15 settembre del 2003 quando, non ancora laureato (e per "non laureato" intendo che non avevo ancora finito il percorso quinquennale, quello serio, del vecchio ordinamento) sono entrato in una casa di riposo per fare un periodo di formazione che fosse solo mio, che esulasse da tirocini comandati e altre lugubri boffonchiaggini. Due mesi dopo mi sono laureato.
Se penso ai miei primi passi, immancabilmente penso al mio talento e alla mia passione per la neuropsicologia che facevano si che, pur "sbarbatello" e senza esperienza, fossi in grado di fornire un servizio di valutazione e riabilitazione delle funzioni cognitive di molto superiore a quanto erano in grado di fare quelle mezze cariatidi col deretano incollato alla poltrona che si limitavano a firmare i miei verbali, le mie relazioni, le trascrizioni dei miei colloqui, facendoli dunque passari per propri, senza preoccuparsi minimamente di approfondire, aggiornarsi, progredire le proprie conoscenze; del resto, perchè farlo se hai un posto sicuro e a tempo indeterminato?
Sei anni dopo, mi ritrovo con niente di niente in mano se non tanti, troppi soldi in meno sul conto corrente serviti a pagare un master biennale di secondo livello in neuropsicologia e una scuola di specializzazione in psicoterapia che non sono serviti ad un emerito cazzo, perchè è la logica sottostante la proliferazione dei corsi di specializzazione ad essere perversa, è il sistema sottostante di un ordine professionale schifoso, è la politica della professione oltre a quella che tutti conosciamo...sono tutti questi aspetti a rendere del tutto inutile una formazione così lunga e dispendiosa. Se poi vogliamo disquisire di aria fritta come spesso accade da queste parti allora si, l'approfondimento, l'arricchimento personale, l'ampliamento degli orizzonti epistemici ecc ecc si ma...tutti questi aspetti, che rimangono avulsi dal contesto in quanto non se ne possono sperimentare appieno le ricadute pratiche, non avendo modo di esercitare in maniera sistematica, valgono davvero 6 anni di formazione post laurea e 20 mila euro?
Sei anni dopo mi ritrovo a lavorare gratis in una unità operativa per l'infanzia, l'adolescenza e la famiglia perchè lì ho svolto il mio ultimo tirocinio professionalizzante, solo che poi il termine del tempo da dedicare al tirocinio non coincide mai col termine delle attività: casi di psicoterapia che il collega del consultorio ti ha passato in toto, bambini da valutare e certificare, insegnanti cui fare consulenza, genitori da sostenere, mediare tra le richieste dei genitori degli insegnanti e le possibilità del servizio senza dimenticare che al centro di tutto c'è un bambino che in ogni caso deve essere tutelato e che ha un suo punto di vista che va rispettato. Quindi ok, mi sentirei un becero ad abbandonare tutto e rimango e prendo questa decisione serenamente e non ci torno più su (io che ero contraio al volontariato perchè così si alimentava il circolo vizioso del sommerso costituito da professionisti disconosciuti e non retribuiti ecc ecc).
Peccato che in questo bel servizio, dove un terapeuta sistemico come me (vabbè, lo divento tra 3 mesi ma fa lo stesso) ci andrebbe a nozze, a novembre espleterà un concorso cui io per 1 mese non posso partecipare. Peccato che questo concorso sia almeno in parte truccato perchè a causa della caduta del governo Prodi gli psicologi che ci lavorano da più di 3 anni a tempo determinato non sono stati stabilizzati e quindi, essendo alcuni di loro veramente in gamba, non è funzionale che vinca qualcuno che arriva da fuori e che debba così ricominciare tutto dall'inizio (non oso nemmeno immaginare il servizio di tutela minori senza Riccardo...). E come truccare il concorso (anche se truccare non è affatto la parola giusta)?? Inserendo un argomento che sta molto a cuore al responsabile e che guarda caso tra gli psicologi nessuno conosce se non il sottoscritto! Detto fatto: a due a due una volta la settimana vedo quelli che dovrebbero essere i miei colleghi (posso usare il condizionale dato che, nonostante io faccia più ore di loro nel servizio, non sono pagato un centesimo? ) per un paio di ore ad incontro e, con tutta la maestria e l'autocontrollo di cui dispongo, mi dedico alla loro formazione su tale argomento di modo che, quando usciranno una o più di una domande sull'argomento, i miei pargoli sapranno rispondere in maniera adeguata e gli altri se la prenderanno, come si suol finemente dire, in culo.
Aiutare quelli che dopo 500 ore di servizio sono diventati per me anche degli amici mi sta banissimo. Dare una mano affinchè questo servizio che funziona così bene non rischi lo sconquassamento mi sta di nuovo bene. Lavorare e farlo bene, perchè false modestie a parte, in alcuni settori della psicologia io sono veramente molto bravo, mi sta di nuovo bene. Quello che però mi fa vivere male il tutto è che, in questi 6 anni ne ho viste di ogni colore: sotterfugi, manipolazioni, raccomandazioni, fondi negati dalla Regione per consultori Laici a favore di istituzioni religiose e movimenti per la vita del cazzo vari (si sa, in questo paese ridicolo pieno di stronzi e di bacia pile le cose non possono che assumere certe e prevedibile pieghe) e via di seguito e adesso io dovrei assumere il ruolo di chi in qualche modo aiuta a rendere non proprio regolare un concorso a vantaggio di altri senza che ci sia stato il passaggio intermedio, senza cioè che io stesso sia stato a mia volta aiutato e salvato da questa pozzanghera di merda in cui sto sprofondando sempre più (e come me un sacco di altra gente), senza che io abbia un ruolo al di là del tesserino di riconoscimento dove c'è scritto che sono uno psicologo specializzando.
Soltanto io potevo finire in una situazione tanto ridicola quanto paradossale, soltanto io....e poi il Servizio in questione sta a 82 km da casa mia e ci vado 3 volte la settimana, ma avevo buoni motivi per svolgere il mio servizio in questo posto, non avevo solo la mia faccia da mettere in gioco ma anche quella di chi quel posto me lo ha indicato dandomi il permesso di utiizzare il suo nome come tramite e alla fine ci sto molto bene, fin troppo e il concetto di troppo non dovrebbe nemmeno esistere, specie avendo presente che, in qualunque caso ci sarà sempre il solito finale da copione "ciao, grazie di tutto, ci siamo trovati bene con te, in bocca al lupo per il futuro, torna a trovarci"
Postato da: Kaos76 -
domenica, 09 agosto 2009 - 21:41
E' passato parecchio tempo dall'ultimo post scritto qui. Questa, una considerazione. Potrei dire che ne è passato troppo, se ripenso a tutti i pensieri che mi sono frullati per la testa per poi perdere la loro valenza e andarsene, senza lasciare tracce abbastanza forti da poter essere riprese ed articolate in modo consapevole e cosciente.
La cappa enorme ed avvolgente di nubi scure che mi circondava lunedì scorso mentre facevo il mio viaggio di ritorno da 84km ad un certo punto mi ha spaventato: ho pensato che la gente corre troppo piano, dovrebbe sbrigarsi, ci sono lampi e tuoni e un vento molto forte, a giudicare da come le chiome degli alberi ondeggiano con potenti sussulti discontinui. Poi è arrivata la pioggia battente, poi quella furiosa, poi è arrivato il buio e il fumo creato dalla violenza con cui la pioggia si scagliava sull'asfalto e sulla carrozzeria dell'auto. Riesco a continuare la mia corsa seguendo i fanalini rossi di un camion che mi facevano strada. Domani dovrebbero occorrere condizioni atmosferiche simili a quelle di lunedì scorso, ma con buon margine di verificabilità dovrei poter contare sull'ipotesi di avere di nuovo di fronte a me un tir che mi faccia strada, uno di quei bisonti che in condizioni diverse maledirei fino al momento in cui le mie funzioni esecutive non riescano a programmare ed effettuare quella concatenazione di operazioni cognitive che permettono il tanto agognato sorpasso.
Potrei fissare il mio sguardo su qualsiasi frammento di ambiente circostante, anche oggi, per la strada, fissavo uno dei tanti magazzini di arredamento di marchio famoso nella mia zona: capannoni rossi, di lunghezza interminabile, ricettacoli di qualsiasi tipo di mobili e accessori per la casa ed il suo arredamento "con stile". Anche mi avvicinassi, percepirei gli oggetti al di là della vetrina immensa, mentre io sto al di qua di essa, ma il mio pensiero sarebbe dissonante, penserei ad altro, non mi chiederei se quelle buffe sedie potessero mai trovare un posto in qualche stanza di casa mia, non mi chiederei se quel tappetto starebbe bene nel mio bagno, ammesso che sia un tappetto da bagno. A volte gli oggetti che cadono nel campo visivo perdono la propria gestalt e singole caratteristiche si impongono e richiamano associazioni, idee, pensieri, specifiche caratteristiche che si notano non per caso ma perchè su esse si voleva, pur inconsapevolmente, finire.
Sapevo di averti visto, ricordavo che mi avevi colpito. Ma non ero un patito della tua disciplina se non per il fatto che essa mi elicita particolari vissuti, particolari emozioni, particolari reazioni. Le tue caratteristiche, le tue sembianze, la tua fisionomia, il tuo stile non avevano assunto una connotazione per me così significativa finchè qualcuno per me molto importante non me le ha fatte apprezzare, racchiudendole tutte su di sè, divenendone un degno portatore. E ti riscopro e mi dico "o mio dio, è proprio lui quello che quella volta, anni fa, mi era rimasto impresso e pensavo...ma ti ricordi? Quel pomeriggio c'eri anche tu?". Ti ritrovo ma sono documenti che risalgono a una decina di anni fa, ti riscopro ma c'è uno sfasamento temporale tale per cui mi trovo ad apprezzare e a vivere nel mio presente qualcosa che è stato e che ora non è più. Da cinque anni nessuno sa più nulla di te, si parla si racconta si dice si scrive. Qualcuno pensa che tu sia morto, altri diffondono presunte documentazioni sulla tua morte, altri le smantellano indicando i punti centrali ed i motivi per cui tali notizie sarebbero dei così detti fake ed io vivo un lutto doppio: non sei nel mio presente, presente fatto di ricostruzioni e riedizioni di eventi avvenuti tanto troppo tempo fa, come non è più nel mio presente chi ti ha fatto ad un tratto diventare per me importante e allo stesso tempo non ho un passato da ricordare.
Mi ricordo, ero bravo in chimica e anche in biologia, al iceo e credo anche in geografia astronomica, ma non ho idea di dove sia Saturno, dove poterlo localizzare, volgendo gli occhi al cielo, nè so se Saturno sia visibile in certi periodi dell'anno, in certe condizioni atmosferiche o se sia necessario servirsi di telescopi e strumenti che creano l'illusione di toccare con un dito ciò che è da noi tanto distante da non riuscire ad immaginare quanto. Non so dove tu sia, Uomo di Saturno, ma il tuo anello mi terrà legato a te per sempre, a volte farà male e stringerà, altre volte sarà come non averlo.
Postato da: Kaos76 -
martedì, 14 luglio 2009 - 21:54
Il 9 luglio lo potrei ricordare come "il giorno dell'addio", ma mi rifiuto di farlo. Il 9 luglio alle ore 10.37 ho letto le sue parole e tra di esse c'era anche la parola "addio".
Mi invitava spesso a fare l'analisi del testo, per capire, per appropriarmi di nuovi significati, per rileggere le posizioni, ma io non ci sono mai riuscito.
La persona cui faccio terapia individuale mi dice che non esce più serena e felice dalle sedute, mi dice che dopo aver beneficiato a lungo delle opportunità che le davo per rivedere gli aspetti salienti della sua vita sotto un'ottica diversa, ora sente disagio, il disagio che deriva dalla resistenza al cambiamento, il disagio che deriva dal non sapere quali saranno gli esiti del cambiamento e quali conseguenze porteranno, la paura ad affrontare il cambiamento e a prendere delle decisioni che saranno tuttavia necessarie per poter sbloccare la situazione. Sarà in grado di affrontare il cambiamento? Di superare il disagio che deriva dal rendersi conto che per cercare di stare meglio si devono operare dei cambiamenti sul proprio sè e di conseguenza compiere delle scelte, prendere delle decisioni che modificheranno rapporti e relazioni? Quanto durerà la paura? Io a queste sue domande non posso rispondere, nessuno psicologo a dire il vero potrebbe...io però non posso perchè a tali domande devo ancora dare una mia personale risposta: le ho scansate, accantonate, ho costruito una marea di sovrastrutture metacognitive per rendere ancora più difficile il mio compito, quello di fare il paziente, e ho perso il mio compagno di viaggio, colui che doveva tenere il timone, colui che doveva guidare. Giornate strane, colorate di una connotazione emotiva indefinibile: passi di valzer che mi portano avanti e indietro nel tempo: ricordi, rimpianti, rivisitazioni, odori e profumi...e un libro che avevo letto appena uscito, su quanto il male fosse banale e semplice, su come sia semplice perpetrarlo e su quanto questa dimensione sia trasversale nel genere umano: coincidenze, affinità, somiglianze di cui ho saputo vedere solo i vincoli. IO IDIOTA TRA GLI IDIOTI.
Il mio collega mi dice che ho fatto un buon lavoro con la mia paziente, che non era mai arrivata al punto di mettere in discussione temi familiari, ruoli imposti e premesse, che non aveva mai pensato a sè e al suo cambiamento in meglio, ma che aveva sempre sperato in una sorta di soluzione magica, un deus ex machina che sistemasse le cose e la aiutasse a sbrogliare i nodi che si era costruita attorno. Io forse però, a differenza sua, a tale stadio non ci sono nemmeno arrivato.
L'altro ieri era domenica. Alle 19.30 circa stavo facendo benzina, io con la mia auto, mio padre con quella di mia sorella. Il solito pieno, quello che mi permette di arrivare tre giorni a settimana in quello che è l'ultimo degli ormai innumervoli luoghi dove da sei anni a questa parte presto il mio servizio gratis. Inserisci banconota, attendi, premi numero corrispondente all'erogatore scelto, estrai la pistola, ficcala dentro al serbatoio della tua auto (c'è molto di fallico in tutto questo), puoi usare anche il guanto, anzi, sarebbe auspicabile.
Quello che ho detto alla polizia, alla gente curiosa, ai giornalisti locali che sono piombati in un batter d'occhio: "ho sentito un rombo molto forte, la moto correva probabilmente molto veloce. No, non ho sentito gridare, era il motore della motocicletta a gridare. Poi ho sentito un boato, come se una bomba fosse stata lanciata qui. Quando mi sono girato la moto era sull'asfalto, un rottame. L'auto aveva il cofano distrutto e le ruote anteriori erano...chissà dov'erano. Lui dopo il volo di circa venti metri aveva occhi sbarrati e bocca aperta, disteso a braccia larghe, una gamba in una posizione talmente sbilanciata da far suppore con relativa certezza che l'osso si fosse staccato. Lei ancora respirava, sembrava. Una gamba tagliata via quasi del tutto, attaccata al resto del corpo solo grazie a pochi lembi di carne. L'auto non ha rispettato lo stop."
Quello che non ho detto: "quando ho sentito il boato ho chiuso gli occhi stretti ed ho atteso di essere investito da qualcosa che mi avrebbe colpito ad altissima velocità, che mi avrebbe ucciso senza soffrire. Ho pensato che forse mio padre era già stato colpito e ucciso o forse che sarei stato io il primo. Vedere i ragazzi coperti dal lenzuolo bianco mi ha tolto il respiro, ho sgranato talmente tanto gli occhi quando hanno desistito dal rianimare anche lei che ho sentito per un istante dolore alle orbite. Sentivo gente che man mano si aggiungeva fare un sacco di discorsi, di inferenze su chi potevano essere quei ragazzi, sull'increbile cruenza dell'accaduto, sul fatto che qualcuno di noi li presenti li poteva benissimo conoscere...ad un certo punto, sento due braccia avvolgermi, proteggermi, sorreggermi"
"Chi sono...erano?"
"Non lo so". Era la voce di un uomo, un uomo che non conoscevo. Un voce rassicurante. Era più basso di me, anche se di poco. Il suo braccio destro era lungo il mio e la sua mano delicatamente sulla mia, con l'altro braccio mi cingeva il torace tenendomi a sè. Potevo sentire il suo braccio relativamente forte, il suo petto contro la mia schiena. "Hai messo 45 euro di benzina, non li vorrai mica perdere".
Non capisco perchè qualcuno abbia pensato a me in quel momento, cosa sia davvero accaduto dopo il terribile incidente, che cosa io abbia fatto, o detto. Lui è venuto da me e per proteggermi da ulteriori schok, temendo che io conoscessi le vittime, mi ha abbracciato e sorretto e mi ha aiutato a continuare a fare quello che stavo facendo. Nel frattempo due persone in scooter erano intente, in maniera fin troppo teatrale, a raccontare l'orrore nel vedere le due vittime volare, nell'essersi visto tutto davanti ed aver evitato lo scontro miracolosamente.
Non so quanto tempo sono stato in contatto con quell'uomo, non so quanto tempo sono rimasto tra le sue braccia, so solo che in quella occasione spazio e tempo hanno perso la loro connotazione di variabili fisiche: presumbilmente ci sarò rimasto meno di un minuto, per me potevano essere 2 secondi come 1 ora. L'altra cosa che so è che la sensazione che ho avvertito è stata bellissima, che sarei rimasto in quella posizione, in quella sorta di spazio sospeso che lui aveva creato per me, anche per...per sempre.
Credo di averne abbastanza di tutta questa sequela di tragedie dirette o indirette. Credo che dovrei cercare di trovare il coraggio di prendere delle decisioni, di fare dei passi che potranno anche avere esiti non desiderati, ma che di sicuro produranno un effetto che sarà sempre più desiderabile rispetto alla stasi. Credo che, visto che a fine anno termino la scuola e "divento" psicoterapeuta, indipendentemente dal fatto che io riesca o meno a esercitare questa professione, sia il caso di imparare a svolgerla e vorrei tanto che chi iniziato a insegnarmelo potesse continuare a farlo, la stessa persona che ieri mi mancava come il sale.
150709: Qualche altro
pensiero del giorno dopo
Postato da: Kaos76 -
martedì, 07 luglio 2009 - 21:07
Effettivamente no, di lei non c'erano foto. Lo diceva esplicitamente anche (non che ce ne fosse davvero bisogno, lo faceva per cortesia): "non vivo la community, sono qua solo perchè 10 anni fa qui mi fu attivato il mio primo account per la navigazione in internet e per la posta elettronica. Ho mantenuto l'indirizzo mail, anche dopo aver configurato il programma di posta con l'indirizzo della compagnia telefonica titolare del contratto per l'adsl, così, se mi arriva una notifica di messaggio ricevuto, via mail, io rispondo".
Gli sconosciuti non la conoscevano, le persone conosciute nemmeno. Gli sconosciuti potevano leggere un profilo, con una immagine che sembrava un quadro di Magritte e che ritraeva una bambina intenta a sollevare il mare, per vedere che cosa avrebbe trovato sotto di esso.
Un nome particolare, delle caratteristiche fisiche che di sicuro avrebbero attratto la maggior parte del cyberutenti e delle caratteristiche di personalità dichiarate che la rendevano un elemento che si distingueva, del resto, non di soli luoghi comuni vive l'uomo: no, c'è la fase in cui i luoghi comuni ancora non sono tali. C'è la fase in cui pensieri e pretese di ricadute pratiche degli stessi assurgono ad un certo grado di originalità che presto perde la sua connotazione e lascia spazio al "buon senso" che non corrisponde mai o quasi mai al "senso buono". Molti le dicevano "io voglio essere me stesso", come fosse una conquista, un pregio, qualcosa di straordinario e di difficile attuazione, benchè a pensarci bene, il non essere se stessi altro non è, alla fine, che una tautologia la cui spiegazione porta quasi inevitabilmente all'utilizzo di quegli odiosi e insipienti principi dormitivi: sono me stesso quando mi comporto/agisco/penso/mi esprimo in base a me stesso.
Talvolta Samantha raccontava di un fratello gemello, che ancor più di lei avrebbe sofferto del clima chiuso, intriso e permeato di razzismo, pregiudizio e attentati alla libertà individuale. Un fratello omosessuale, che avrebbe perso anni fa il suo compagno. Raccontava con livore, più di quando era alla prese con la disamina della sua situazione di laureata plurispecializzata ma senza un lavoro e senza prospettive di trovarne uno, ancora impegnata a lavorare gratis. Raccontava che le sarebbe piaciuto che qualche "omofobo schifoso" avesse potuto osservare il dolore di suo fratello in quella occasione e avesse avuto poi il coraggio di affermare ancora che quello non era vero amore, che quella non poteva definirsi coppia che quei due individui assieme non avrebbero potuto allevare e crescere adeguatamente un figlio...no, questo forse no, non prima almeno di aver fatto un lavoro per aiutare i poveretti che non vedono ad un palmo del loro naso su cui albergano affastellate una sopra l'altra, le loro misere certezze da uomini comuni caratterizzati da buon senso e senso comune; per proteggere i bambini dall'arroganza tracotante e dall'odio e permettere loro di vivere tranquillamente coi loro genitori, qualunque sia il loro sesso.
Samantha sapeva che anche quando si cerca o si finge di essere qualcun altro ci si inganna, perchè non si può essere altro che se stessi, alla fine.
Un altro sproloquio di oggi nella mia
seconda tana
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Postato da: Kaos76 -
sabato, 20 giugno 2009 - 17:11
Ho mal di testa, sei troppo cerebrale, razionale mi hanno detto. Isolato il senso di colpa, identificato e portato fuori, dovevo parlargli, chiedere perchè è qui, con me, provare a capire perchè si è formato e perchè si ostina a rimanere, non capire, non pensare, agire, fare qualcosa perchè questo se ne vada, o si ridimensioni. Basta chiedere "perchè ci sei?"
Ho mal di testa, non saprei dire dove: un dolore generalizzato, più o meno continuo, mal di testa e male agli occhi; ogni tanto me li stropiccio, mi tolgo gli occhiali e guardo il calendario appeso al muro che ho di fronte: non riesco a distinguere i numeri dei giorni, posso individuare a malapena i festivi perchè percepisco la diversa tonalità cromatica; non riesco a leggere il nome del mese e nemmeno l'anno.
Ho mal di testa e mi viene da piangere, in un vortice di rabbia, delusione, tristezza, ribrezzo e rabbia e tristezza e rabbia e disgusto e rabbia e disperazione e ancora rabbia. Seduto, chino il capo, lascio che le lacrime salgano e una di esse esce sotto forma di pesante goccia, senza che io chiuda la palpebra e finisce sul mio grembo, venendo assorbita dal tessuta della mia maglietta blu, bagandola. Ma se piango poi ho paura che aumenti il mio mal di testa e allora non piango più.
Alla stazione dei carabinieri denuncio un furto, voglio un verbale coi verbi all'imperfetto. Non so quando sia accaduto il fatto, non ricordo. So che è accaduto molte volte, in compenso e posso dare delle indicazioni, date, luoghi, persone presenti, descrizioni della scena e dei fatti; forse è accaduto anche altre volte e non lo sapevo, non me ne accorgevo, o semplicemente non davo agli eventi quel significato e allora forse non accadeva, in quel preciso momento, ma adesso, rinarrando ciò che è stato posso dire di si. Mi hanno rubato i sogni, le idee, il futuro...non saprei quantificare, non saprei dire, mi spiace, a quanto ammontassero sogni idee e futuro, lo so, la precisione del verbale è importante. C'erano tante persone, alcune mi hanno ingannato dicendo che erano dalla mia parte, che erano come me, che avrebbero combattuto al mio fianco, che mi sarebbero state vicine, che mi avrebbero aiutato a trovare una soluzione, non è facile indicare i colpevoli, tutti i colpevoli, i veri colpevoli.
Se verrà rinvenuto qualcosa mi faranno sapere. Nel frattempo nella totale solitudine, mi abbraccio da solo.
Postato da: Kaos76 -
mercoledì, 10 giugno 2009 - 18:56
Quella volta ero sceso dal treno, il solito treno regionale per Padova e, come al solito, mi ero avviato a piedi per raggiungere il luogo in cui dovevo andare.
Il treno era molto familiare, il tragitto anche qualcosa di più di familiare. Quale potrebbe essere un aggettivo che riflette una sensazione ulteriore a quella di familiarità? Potrei dire quasi endemico, routinario, automatico: io e il tragitto verso Padova abbiamo una storia che dura da 13 anni e che ha sempre trovato un motivo per essere rinnovata e proseguire: università, master, qualcuno degli innumervoli tirocini che hanno costellato la mia vita di eterno discente, scuola di specializzazione, qualche amicizia e, in ultima, in ordine cronologico ma direi prima per importanza, la mia terapia. Di rado ho tradito il treno con l'automobile, ultimamente un po di più: un sodalizio in ogni caso difficilmente attaccabile.
Anni fa ho anche vissuto in questa città, per circa un anno e mezzo. Mi è sempre piaciuta, per un periodo l'ho sentita indifferente, poi è tornata a piacermi; a tutt'oggi mi piace, mi ci sento quasi a casa perchè, alla stregua di ciò che è "casa" vi sono connessi ricordi di esperienze belle, di esperienze brutte, pezzi determinanti della mia storia. L'ho quasi sempre girata a piedi, rarissimamente ho utilizzato i mezzi pubblici, qualche volta mi ci sono trovato in auto tra i sensi unici del centro bestemmiando il dio, la madanna e tutti i santi in colonna. A qualche metropolitano con la puzza sotto al naso o a qualche beota che non ha acquisito a livello cognitivo il senso degli sapzi e delle proporzioni, potrebbe sembrare una città di ridotte dimensioni, invece Padova è grande, piena di quartieri; io ho visto tutte le sue zone dall'Arcella al Bassanello.
Quella volta ero sceso dal treno e, come al solito, mi ero avviato a piedi per raggiungere il luogo in cui dovevo andare. Quella volta era un pochino troppo anche per uno scarpinatore come me: dalla stazione dei treni arrivare fino a Brusegana in Via dei Colli e farla a piedi. Ma non era la prima volta che lo facevo e camminando a passo sostenuto avevo "sperimentato" che mi ci voleva poco meno di un'ora.
Arrivato all'altezza del cimitero, essendo in anticipo, ho deciso di entrare, sarebbe stata la prima volta in cui lo avrei visto all'interno. In realtà, era da tempo che ci volevo entrare, dopo che avevo saputo che il mio docente di "Psicologia della personalità e delle differenze individuali" era morto. Per me che sono abituato alla realtà di un paesello di 4000 abitanti (16.000 con le frazioni...) è parso subito bellissimo, monumentale, grandioso. C'erano tante strade e i cartelli che rimandavano a dei "reparti" e la gente pigra vi entrava in auto e correvva come tra le vie di un quartiere fino al punto di destinazione. C'erano tante tombe, tanti loculi e tante tombe di famiglia; c'erano alberi in fiore di colore rosa intenso e c'era una lieve fragranza che presumibilmente derivava dai fiori nuovi che qualcuno aveva appena deposto sulla lapide di un proprio caro o forse proprio dai fiori degli alberi che delimitavano le strade nella prima metà del cimitero. Mentre ho iniziato a vagare mi sono reso conto, dissonanza cognitiva oppure non so, della sciocchezza che stavo facendo: stavo cercando la tomba di una persona dentro un cimitero enorme e senza avere la benchè minima idea di dove questa potesse essere collocata. Faceva caldo, un caldo leggermente atipico rispetto alla stagione e così mi sono tolto la giacca, ma avevo ugualmente caldo e c'era il sole e siccome era circa l'una, batteva particolarmente e quindi probabilmente la temperatura percepita era maggiore di quella effettiva. Ho continuato a camminare per diverso tempo; dopo l'ingresso principale, sulla sinistra c'era la tomba di proprietà dell'università di Padova e allora mi sono affacciato alla porta vetro e ho guardato all'interno, attraverso il vetro sporco e le inferriate delle quali le due centrali erano unite dall'abbraccio di una catena con lucchetto; c'era buio dentro e c'erano fiori vecchissimi e completamente rinsecchiti. Sulle pareti laterali c'era qualche nome, di qualcuno che aveva ricoperto cariche all'interno del senato accademico oltre ad essere docente ordinario, ma erano nomi di persone morte da molto tempo ed erano molto pochi.
Per un istante mi è venuta in mente la scena del film "bianco rosso e verdone" dove lui recita la parte del ragazzo un po tardo che si mette in viaggio con sua nonna per andare a votare, quella in cui entrano in cimitero per lasciare dei fiori sulla tomba di qualcuno di cui nemmeno ricordano il nome preciso (risi, riso, me vien da ride....). Mi sono gurdato un po intorno alla ricerca di persone corrispondenti ai personaggi di sfondo che animavano quella scena del film: trovo la vecchia obesa vestita di nero che sfruttando gli automatismi degli script di comportamento, convoglia tutte le sue energie ad osservare e a passare sotto raggi x le persone che transitano all'interno del suo spazio visivo; questo genere di personaggio non manca mai. Trovo il custode con un qualche grado di disabilità cui potersi rivolgere pena passare all'incirca 30 minuti solo per fargli comprendere la richiesta e decifrare la sua eventuale risposta. Leggo i nomi delle persone defunte, mi accorgo una volta di più di come certi cognomi siano tipici di una certa zona geografica; mi accorgo che alcuni cognomi mi evocano ricordi e sensazioni legate a quei ricordi; in alcune occasioni mi viene da piangere e in alcuni momenti piango un po' ma senza avere una motivazione razionalmente e totalmente plausibile, o almeno non mi pare.
Capita che anche io mi stanchi di camminare a volte: c'è molto sole, fa caldo e io sto camminando da parecchio tempo, del resto, sono partito dalla stazione dei treni e sono arrivato fin li e mi manca ancora un quarto d'ora abbondante per arrivare a destinazione. All'inizio del cimitero, c'è un viale, quello che poi sulla sinistra ci trovi, quasi subito, la tomba dell'università, quello da cui partono viali più piccoli, come le classiche vie minori nella città, che sono perpendicolari ad una via più grande che di solito è più conosciuta e che serve come riferimento per trovare un luogo o per dare indicazioni stradali interne, quello dopo il quale inizia la fila degli alberi in fiore. In questo viale ci sono panchine e ci sono cipressi che portano una piacevole ombra e poi nel viale corre anche un po' di brezza e si sta meglio, decisamente meglio, che sotto al sole e pensando che si sta meglio decido di sedermi su una di quelle panchine, per un po'.
Nonostante l'orario un po strano c'è ancora un po di gente, anche se nella mia testa a quest'ora dovrebbero essere a casa a pranzare, o in procinto di pranzare o aver pranzato da pochissimo; alcuni arrivano proprio in quel momento, alcuni a piedi altri in auto e mi passano davanti e a volte penso che se sapessero che cosa ci sto facendo io li, perchè sono li, penserebbero a loro volta che sono matto, o forse lo pensano lo stesso vedendomi seduto su una panchina dentro ad un cimitero; guardo la panchina su cui sono seduto: è molto vecchia, non è per nulla comoda, ha una forma non certo molto ergonomica e il legno che la compone è molto rovinato: sarà di sicuro successo che qualcuno vi si sia seduto prima di me. Ah, dimenticavo, era di domecia.
Quando mi sono alzato e sono uscito dal viale e mi sono diretto verso l'ingresso-uscita, a seconda della punteggiatura, ho sentito la differenza data dal non essere più abbracciato dall'ombra degli alberi e dalla brezza, quasi come quando si esce da un locale climatizzato e ci si rituffa nell'aria di prima.
Da un mio vecchio diario: [.....] Giuseppe Porzionato [.....] Era il mio docente di Psicologia Generale e Della Personalità, dalla vastissima esperienza clinica, eclettico come pochi, capace di presentare punti di forza e punti deboli delle varie teorie e approcci della personalità con obiettività estrema e in grado anche di far rientrare nel suo programma didattico anche i rudimenti della psicoterapia. Teneva un seminario a numero chiuso proprio su questo, io non vi partecipai.
Tutti ne parlavano molto bene, dicendo che era più amico che prof e palle varie...a me non sembrava: ero sempre seduto in prima fila durante le sue lezioni, mai uno sguardo o un saluto, risposte sempre abbastanza secche a parte qualche volta se capitava di incontrarlo fuori dove si domostrava più espansivo...nemmeno quando mi sono presentato a lezione coi codini...uno sguardo divertito ma non canzonatorio e niente più.
Un giorno, circa un anno dopo aver dato il suo esame, stavo studiando in una auletta quasi sempre vuota, bella, tecnologica, super funzionale come aula studio, con una amica e altra gente. Ho fatto una pausa diciamo...un po' troppo lunga, sono entrato e ho trovato lui coi suoi 13 discepoli che svolgeva il seminario...ero la quindicesima persona che entrava in quell'aula a interrompere la sua lezione. Mi ha chiesto se ero li per sbaglio o perchè ero tra i tanti che avevano preso quell'aula come "aula studio abusiva", io ho mentito spudoratamente dicendo che ero entrato per sbaglio (per fortuna la mia amica quando sono stati cacciati, ha preso anche le mie cose...altrimenti non avrei potuto mentire). Naturalmente non ci ha creduto e per tutta risposta, in tono che sapeva molto di rimprovero mi ha detto di prendere un foglio e di scrivere fuori dalla porta che in quell'aula era in corso il suo seminario e che per studiare le proprie materie quella non era l'aula giusta....mi sentivo imbarazzatissimo anche perchè quei 13 secchioni leccaculo mi stavano guardando come se fossi stato l'ultimo degli scemi; ma poi ha continuato dicendo: "lo faccio scrivere a te perchè di te mi fido, Cristian...vedete, si stava parlando dell'esame e del fatto che io pretendo che rispondiate a tutte le 5 domande sui diversi libri in modo chiaro e articolato e che se prendete la lode ve la suderete e se e dico se la prendete, le femmine avranno un bacio accademico e i maschi una stretta di mano accademica; lui è uno dei pochi cui ho stretto la mano". Il cambio di tono nella sua voce che era diventato paterno mentre parlava di me a quei presuntuosetti, il volgere lo sguardo verso di me mentre diceva loro che non ero stupido come probabilmente stavano pensando ma che ero uno cui all'esame lui aveva stretto la mano, mi hanno regalato un'emozione fortissima. Non credevo che sapesse o almeno ricordasse il mio nome. Avevo studiato più di due mesi per quell'esame, ore e ore al giorno, proprio perchè non sono un genio e quel giorno avevo esordito dicendo "se vengo bocciato lo posso rifare nell'appello straordinario tra un mese?"....si insomma un altro mi avrebbe anche potuto dire di tornare a casa viste le premesse, quel giorno ho fatto l'esame alle 17 circa e lui era dalla mattina che sentiva gente parlare in maniera più o meno appropriata...invece mi ha risposto di non dire cagate e l'esame è iniziato. E' stato gratificante, forse la sola vera gratificazione negli anni passati in università, ma lo fu ancora di più in quella occasione, a distanza di un anno dall'esame. Li ho capito che dietro la scorza c'era davvero la persona che dipingevano.
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Postato da: Kaos76 -
sabato, 06 giugno 2009 - 07:24
27 maggio 2009, mio primo e serio incidente in strada.
Sto lavorando gratis (ovviamente) come specializzando (e vorrei dire finalmente all'ultimo anno) a 80 km da casa, ho più casi da seguire io che non gli psicologi/psicoterapeuti che sono di ruolo lì al distretto...di alcuni di loro, a dire la pura e semplice verità, ho anche più titoli di studio e formazione.
Sto tornando da un incontro con una preside che ho cercato al telefono circa 50 volte e che mi ha fissato un colloquio per quel giorno alle 11 assieme alla coordinatrice delle insegnanti per discutere di un dolce fanciullo che sto valutando...niente di importante eh, la mia valutazione psicologica e neurocognitiva serve solo al consiglio di classe per decidere se bocciare o meno il ragazzo che ora sta finendo la seconda media: bene, quelle due stronze non si fanno trovare e dopo mezz'ora arriva il vicepreside che il ragazzo nemmeno sapeva chi era, con cui scambio due parole, nulla di più. Risultato: me ne sono uscito dalla scuola che ne sapevo quanto prima (sulla dicitura dell'impegnativa del medico sorvolo...non si capiva davvero nulla sul motivo e l'obiettivo della richiesta della valutazione).
Lungo la strada abbasso la testa un attimo per prendere il navigatore che era cascato, un movimento forse troppo veloce, il caldo, la stanchezza di farmi 160 km ogni giorno, la pressione bassa che mi ritrovo (interessante e, a sentire il mio medico, inspiegabile, che sia soprattutto la distolica a raggiungere livelli significativamente bassi) fatto sta che mi prende una vertiggine e di botto premo l'acceleratore invece che il freno e ad un tratto realizzo che ho un furgoncino davanti che sto per beccare in pieno: freno e sterzo in automatico e finisco giù per un fosso senza togliermi lo sfizio di beccare un palo in legno della telecom e sfondarlo abbattendolo in pieno.
Ora la mia auto è a 90 km da casa mia in riparazione e ci vorranno 2500 euro per rimetterla apposto. I danni causati alla linea telefonica saranno coperti dall'asicurazione, che necessariamente vedrà il premio salire di due classi. Non oso pensare a cosa sarebbe potuto accadere se, non pago del numero di disgrazie che già arricchiscono la mia esistenza, avessi deciso (più o meno inconsciamente) di finire fuori strada in uno di quei tanti (troppi) punti lungo la quale il fossato è profondo almeno 3 metri e quei pali indiscreti sono composti di cemento.
Mi dicono: l'importante è che non ti sei fatto nulla. In effetti, solo un paio di piccole botte sotto al ginochio e un leggero colpo di frusta. Ma non è così: io starò anche fisicamente bene, ma la mia auto no, il palo che ho centrato in pieno nemmeno e il mio umore meno ancora. La reazione emotiva in questi casi emerge e prende forma come gli ematomi postumi dopo la botta: sono incavolato nero e molto depresso perchè....
...perchè molto banalmente non lo trovo giusto: non era il momento che capitasse una cosa del genere perchè mi sto impegnando moltissimo, do tutta la mia disponibilità a colleghi e pazienti, stavo andando ad un incontro che si poteva benissimo evitare e non prendo un centesimo. Poteva esserci l'opportunità di rimanere in questo servizio dove sto svolgendo il mio praticantato ma a brevissimo faranno un concorso che prevede la specializzazione in psicoterapia che io conseguirò solo alla fine dell'anno e a cui dunque non posso partecipare, come se la laurea in psicologia, la specializzazione in neuropsicologia e tutte le ore che sto facendo lì con impegno e interesse puro per gli utenti non valesse un emerito cazzo. Non ho 2500 euro per riparare l'auto e mi sono ritrovato ad aspettare di essere venuto a riprendere dai miei a 90 km da casa in una officina sperduta chiedendomi se era accaduto per davvero. L'assicurazione dell'ulss per gli sfigati che lavorano gratis come me (e come tanti altri) non copre i danni in quanto non è prevista una polizza "casco" per frequentatori, tirocininati e tutte le diciture che compongono, frammentandolo, tutto quel popolo sommerso di gente che lavora senza riconoscimento alcuno se non le soddisfazioni personali che derivano dal rapporto coi pazienti che ti dimostrano di apprezzare ciò che fai e di fidarsi di te. L'assicurazione della scuola nemmeno a parlarne: devi fare del male a qualcuno o deve succedere che qualcuno ti aggredisca, possibilmente facendoti molto male, perchè si possa contemplare la possibilità di venire incontro alla persona (mi viene il dubbio che possiamo considerarci persone, in questo contesto) scucendo qualche denarino.
E nonostante questo, venerdì ero di nuovo in servizio, ho preso l'auto di mio padre e sono andato a lavorare (gratis...non so se l'ho specificato...) per non far saltare agli utenti, nella maggior parte bambini che frequentano la scuola, ulteriori appuntamenti dato che la fine dell'anno scolastico incombe; per non far sentire i genitori abbandonati a se stessi, per sentire le maestre con quali altre scoperte se ne sono uscite nel frattempo (l'ulitma della serie: "secondo me la bambina usa solo una parte di cervello").
E non mi posso lamentare perchè se lo faccio qualcuno mi dice, anche giustamente, che sono stato fortunato a non essermi rotto nulla...ma è il contesto in cui l'episodio è accaduto che gli fa assumere un significato per me "tragico": non mi sono fatto molto male e ok, ma per me non è abbastanza. Giusto a me doveva capitare di finire fuori strada dentro ad un fosso, di fare 2500 euro di danni all'auto e di rimanere senza di essa per chissà quanto barcamenandomi come posso, a me che non becco un centesimo da mesi e che lavoro gratis con tutto l'impegno che posso, a 80 km da casa, che ho 33 anni e che ho studiato una vita e nonostante questo non ho nemmeno i soldi per ripararmi l'auto, mentre quelli là si beccano il loro stipendio e fanno meno ore del sottoscritto.
Ma vaffanculo.